La Uncanny Valley dell’arte editoriale: quando le riviste si rivolgono all’intelligenza artificiale

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Il recente profilo del CEO di OpenAI Sam Altman su The New Yorker ha acceso un dibattito che va ben oltre la mera estetica. L’illustrazione di accompagnamento, creata dall’artista multimediale David Szauder, presenta un gruppo di volti disincarnati e mutevoli che si aggirano attorno ad Altman. Sebbene il pezzo sia esplicitamente etichettato come “Generato utilizzando l’intelligenza artificiale”, la sua presenza in una delle riviste più prestigiose del mondo solleva profonde domande sul futuro dell’intento creativo, sul valore del lavoro umano e sull'”inglobamento” dei media moderni.

Il processo rispetto al prodotto

A differenza dell’insensata “trabocchetto” spesso associato all’intelligenza artificiale generativa – immagini a basso sforzo e guidate da testo che inondano i social media – l’approccio di Szauder è profondamente tecnico e intenzionale. Non si limita a digitare un prompt e ad accettare il primo risultato. Invece, il suo processo prevede:

  • Codificazione personalizzata: Sviluppo del proprio software per generare immagini basate su materiali d’archivio specifici.
  • Flussi di lavoro ibridi: combinazione di editing classico (come Photoshop) con perfezionamenti basati sull’intelligenza artificiale.
  • Iterazione umana: muoversi attraverso decine di schizzi e correzioni manuali per modellare le espressioni facciali e l’illuminazione.

Szauder sostiene una filosofia vitale: “Credo fermamente che anche nell’era dell’intelligenza artificiale, un’immagine debba prima formarsi nella mente umana, non nella macchina.”

Tuttavia, anche con un livello così elevato di coinvolgimento umano, il prodotto finale deve affrontare critiche. I critici sostengono che fare affidamento sulla “stranezza” intrinseca dell’intelligenza artificiale – quella qualità inquietante e leggermente scoraggiante – diventa una stampella. Piuttosto che usare l’arte per fornire una nuova prospettiva, l’immagine si affida alla mera vibrazione dell’intelligenza artificiale per raccontare la sua storia, potenzialmente perdendo un livello più profondo di commento stilistico.

La minaccia esistenziale per gli illustratori

L’adozione dell’intelligenza artificiale da parte delle principali pubblicazioni avviene in un contesto di estrema precarietà economica per gli artisti freelance. Il settore si trova attualmente ad affrontare diverse pressioni sistemiche:

  1. Cambiamento di posti di lavoro: mentre le redazioni cercano di ridurre i costi, i budget per le illustrazioni sono spesso i primi ad essere tagliati, con l’intelligenza artificiale posizionata come un’alternativa più economica.
  2. La svalutazione della paternità: Secondo l’attuale guida del Copyright Office degli Stati Uniti, le immagini create esclusivamente tramite suggerimenti di testo non possono essere protette da copyright perché mancano di “paternità umana”. Ciò crea un vuoto giuridico e professionale per i creatori.
  3. Fragilità economica: L’illustrazione freelance è un campo altamente atomizzato, il che rende quasi impossibile per gli artisti sindacalizzare o contrattare collettivamente contro il calo dei tassi e la rivoluzione tecnologica.

Perché questo è importante per l’integrità dei media

Quando una pubblicazione come The New Yorker integra l’intelligenza artificiale generativa, non si limita a cambiare il suo linguaggio visivo; rischia di normalizzare una tecnologia che molti vedono come l’antitesi delle belle arti.

C’è una differenza fondamentale tra l’occhio di un artista – informato da una vita di gusto e intenti – e il risultato di un algoritmo. Un artista traduce una visione in una realtà tangibile attraverso un processo rigoroso; un’intelligenza artificiale si limita a interpretare un prompt. Quando il “processo” viene eliminato, la connessione tra l’intento del creatore e l’esperienza dello spettatore si indebolisce.

Sebbene il lavoro di Szauder sia un tentativo sofisticato di utilizzare l’intelligenza artificiale come strumento piuttosto che come sostituto, la mossa rimane una “pendenza scivolosa”. Invitando questi strumenti nell’ovile editoriale, anche in modo controllato e artistico, gli organi di stampa prestigiosi potrebbero inavvertitamente legittimare un mezzo che minaccia il sostentamento stesso dei professionisti che impiegano.

Conclusione
L’uso dell’intelligenza artificiale nell’illustrazione editoriale di fascia alta rappresenta una complessa via di mezzo: non è né pura “slop” né arte tradizionale. Sebbene offra nuovi modi per esprimere idee complesse, rischia allo stesso tempo di svalutare il processo umano e di accelerare l’instabilità economica della professione creativa.